Verso l’Inquisizione spagnola: il problema dei conversi

Con l’arrivo nel regno di al-Andalus prima della dinastia degli Almoravidi, nel 1086, e successivamente della dinastia degli Almohadi, nel 1148, la convivenza tra giudei, arabi e cristiani divenne sempre più difficile. Entrambe le dinastie costrinsero gli ebrei alla conversione. Gli ebrei che rimasero fedeli alla loro religione furono automaticamente costretti alla fuga verso i regni cristiani del nord della Penisola dove inizialmente furono accolti a braccia aperte. L’al-Andalus era infatti culturalmente ed economicamente molto più avanzato dei regni del nord e accogliere genti provenienti da quei territori poteva solo essere un vantaggio. Non fu dello stesso avviso la Chiesa che espresse più di una perplessità circa la presenza degli ebrei nei regni cristiani, giungendo persino a promulgare leggi specifiche mirate ad evitare il rapporto tra cristiani ed ebrei. Si venne a creare una situazione di aperta ostilità, in cui ai giudei veniva costantemente ricordato di non essere graditi in quanto discendenti di quegli stessi ebrei che crocifissero Cristo. Si tratta dello stesso spirito che pervase i testi liturgici letti durante il venerdì santo dal medioevo fino al vicino 1959, testi che invitavano ai fedeli a pregare per i “perfidi” giudei. Nel concilio Lateranense IV del 1215 fu deciso che i contatti tra le due etnie potevano avvenire solo per fini economici e al fine di evitare la contaminazione furono proibiti i matrimoni misti e gli ebrei furono obbligati ad indossare segni distintivi e a non poter costruire nuovi luoghi di culto. Inevitabilmente nel giro di pochi anni la situazione precipitò, sfociando nella violenza.

Giudei prestamistas

The Money Changers, Marinus van Reymerswaele, ovvero i prestamistas. Fuente.

Come spiegare tale fenomeno? Gli atti di violenza sono spesso causati da disequilibri economici, come la recessione. Secondo gli storici è dunque plausibile che fu proprio la difficile situazione economica della penisola, nel lungo periodo che precedette e seguì la peste nera, a contribuire alla nascita dell’antigiudaismo. Va detto che gli ebrei che riuscirono a far fortuna svolgevano lavori ingrati, erano esattori, e molto più spesso prestamistas, ovvero usurai, sebbene il prestito di denaro, anche quello con interesse, fosse attività regolamentata dalla Corona. Da qui venne fuori la generalizzazione che trasformò gli ebrei in un popolo di usurai. Per un cristiano debitore la mossa più facile per non saldare i debiti era denunciare il giudeo per usura, ma allo stesso tempo le casse del Regno di Pedro I si mantenevano proprio grazie ai prestiti dei creditori ebrei. Era quindi necessario che i giudei continuassero a disporre di grosse quantità di denaro, il re in questo senso aveva tutto l’interesse che i debiti verso gli ebrei fossero saldati. Di questa situazione delicata si approfittò la nobiltà castigliana per mettere in discussione l’autorità di re Pedro I, facendo sì che Enrico di Trastamara, suo fratellastro, lo accusasse di circondarsi di infedeli. Le prime rivolte sanguinarie contro gli ebrei, in epoca cristiana, non sono dunque spontanee, ma furono provocate dai seguaci del Trastamara, e fu proprio Enrico il primo ad usare l’antigiudaismo come giustificazione ideologica di un conflitto politico e sociale che non aveva radici religiose.

A questa situazione economico-sociale va aggiunta la convinzione diffusa in età medioevale che le disgrazie fossero inviate da Dio come una punizione per i peccati commessi; e quale peccato può essere più grande del convivere con i deicidi? Iniziò così un’agguerrita predicazione antigiudaica che esortava a chiudere tutti i rapporti con gli ebrei. Tra i più violenti predicatori vi era Fernando Martinez, arcivescovo di Écija; nonostante fosse stato invitato dallo stesso re Giovanni I, nel 1382, a moderare i termini Martinez può essere ritenuto uno dei responsabile della terribile matanza del 1391, fu lui, infatti, a spingere i cristiani a scagliarsi contro gli ebrei, distruggendo le 23 sinagoghe che, a suo dire, erano state innalzate senza permesso. Le rivolte iniziarono a Siviglia, il 6 giugno del 1391, e rapidamente gli atti di violenza raggiunsero tutte le città della penisola iberica. Da questo momento il numero di conversos, ovvero di ebrei che decisero di convertirsi al cristianesimo, aumentò sensibilmente. La campagna di evangelizzazione culminò con la disputa di Tortosa (1413-1414), ideata dal papa, Benedetto XIII, con l’aiuto del converso Jeronimo de Santa Fe; si trattava di stabilire la verità del cristianesimo a partire da testi giudei e dimostrare che i rabbini avevano falsificato il Talmud nei punti riguardanti la venuta del Messia. Gli ebrei furono obbligati ad assistere alla sessione, e otto rabbini furono incaricati di portare avanti la difesa. Le sessioni iniziarono il 7 febbraio del 1413 e furono tenute da Jerónimo de Santa Fe, incaricato di indottrinare gli ebrei, segnalando gli errori del Talmud e preparando un opuscolo di 24 capitoli su questi e altri temi. I giudei furono obbligati ad assistere, ma senza la possibilità di controbattere; quando i rabbini stanchi di tante umiliazioni cercarono di difendere le loro posizioni, il Papa sospese la seduta. E’ passata alla storia con il termine Disputa, ma in realtà non fu nient’altro che un indottrinamento forzato, una disfatta teologica per gli ebrei. La matanza e la disputa di Tortosa portarono ad un totale di circa ventimila conversioni e la scomparsa di moltissime aljamas (comunità ebraiche), compresa quella di Siviglia, un tempo importatissima. Fu inevitabile dunque la creazione e l’avanzare di una nuova classe sociale, quella dei conversos, che si sostituì letteralmente agli ebrei occupando tutte le posizioni lavorative già ricoperte prima del battesimo. Il battesimo, inoltre, garantì loro l’accesso sia tra le file del clero, dove grazie alla loro cultura non ebbero difficoltà a divenire canonici o priori, sia tra quelle della nobiltà. I cristiani “vecchi” riscoprirono così sentimenti ostili mai veramente appagati e come accadde nel XIV secolo, anche questa volta, furono le difficoltà economiche a far precipitare la situazione e a fungere da detonatore.

Niccolò V e il problema dei conversi

Papa Niccolo V. Fuente.

E’ il 1449, a Toledo parte una sollevazione popolare contro l’aumento delle tasse, tasse che sarebbero servite a Giovanni II per contrastare la ribellione della nobiltà castigliana favorevole ad Enrico Trastamara. Esattore delle tasse in nome del re è Alonso Cota, un converso. Pedro Sarmiento, uno dei maggiori collaboratori di Giovanni II, suo assistente e sindaco in nome del re nell’alcazar di Toledo, sfrutta così il malcontento del popolo e prende in mano la situazione, passando dalla parte di Enrico e governando effettivamente Toledo per diversi mesi. Dall’odio contro l’esattore converso all’esclusione di tutti i conversi dalla vita politica cittadina anche in questo caso il passo fu molto breve; il 5 giugno del 1449, in piena ribellione, Sarmiento e il suo municipio irregolare dichiararono i conversi incapaci di svolgere cariche pubbliche e depositarono a tal proposito un atto, la Sentencia Estatuto, con il quale si vietava ai conversi l’accesso alle cariche pubbliche. Questo statuto fu la base per i futuri statuti di limpieza de sangre (purezza di sangue). I cristiani erano fermamente convinti che i conversi non fossero sinceri nella fede verso Cristo, ma che anzi seguissero segretamente tra le file della loro religione, fenomeno che venne chiamato criptogiudaismo. Gli ebrei inoltre vennero accusati di essersi comportati come nemici dei veri fedeli, fin dai tempi della conquista musulmana, quando i loro avi consegnarono la città di Toledo agli infedeli. Lo statuto era discriminatorio a più livelli e non furono pochi i cattolici che spesero parole di difesa per i conversi, tanto che lo stesso Papa Niccolò V condannò apertamente lo Statuto con la bolla Humani generis inimicus. La bolla e la scomunica di Sarmiento servirono a bene poco, poiché lo statuto si diffuse molto rapidamente, inizialmente tra gli enti secolari e a partire dal Cinquecento anche in diversi capitoli cattedrali, in primis quello di Toledo, dove fu accompagnato da un vero e proprio test d’ingresso per i conversi, atto a stabilire se ci fossero tracce di ebraismo nella famiglia lungo quattro generazioni.

Le tensioni razziali proseguirono per diversi anni e raggiunsero l’apice delle violenze nel 1473, in Andalusia, quando la città di Cordova fu vittima di violenti saccheggi; persino il duca di Medina Sidonia si schierò al fianco degli ebrei convertiti, divenuti presto bersagli del popolo affamato, colpevoli di avere posizioni professionali (ottenute dopo la conversione) che li mettevano effettivamente in salvo dalla crisi alimentare. In questi anni di tensioni ci furono diverse polemiche, accese e non, riguardo il giusto castigo da infliggere ai conversi che giudeizzavano. Tra gli autori più violenti contro i marrani troviamo anche dei conversi, come ad esempio Alonso de Espina, un predicatore francescano confessore di Enrico IV e autore del Fortalitium Fidei Contra Judeos, Saracenos aliosque christiane fidei inimicos (1459), scritto per difendere la cristianità dai suoi nemici, i criptogiudei. Secondo Espina il problema principale era dovuto alla promiscuità tra ebrei e cristiani nuovi, che permetteva ai conversi di restare segretamente in seno alla propria religione o di tornarvi. Espina fu il primo a richiamare l’attenzione sulla possibilità di estendere le competenze dell’Inquisizione aragonese anche alla lotta ai conversi, eretici a tutti gli effetti. Accanto a Espina troviamo personalità più moderate, come Alonso de Oropesa, generale dell’Ordine di San Girolamo. Oropesa fu il primo che cercò di creare un’Inquisizione episcopale per porre fine ai drammatici fatti di Toledo; riuscito nell’intento fu inviato egli stesso a Toledo dal re Enrico IV. La sua inquisizione, secondo ciò che riportano le fonti, procedeva con cautela, amore e carità ed era assolutamente imparziale tra le due fazioni in lotta, tanto che dopo aver inquisito stabilì che erano colpevoli sia i cristiani vecchi che i conversi, i primi per non aver permesso l’integrazione dei conversi nella società, e quest’ultimi per l’inconstanza nella pratica della nuova fede. Pochi mesi dopo l’Inquisizione toledana di Oropesa, lo stesso Enrico IV inviò una supplica al Papa dove chiedeva la possibilità di scegliere due inquisitori per la Nuova Castiglia e l’Andalusia e due per la vecchia Castiglia. L’importanza di questa supplica è fondamentale poiché per la prima volta un sovrano chiede di poter scegliere liberamente degli inquisitori, e quindi di svincolarsi in un certo senso anche dalla stessa autorità papale, pur facendosi legittimare da egli: un’anticipazione di quella che sarà la vera Inquisizione Spagnola.

Enrique IV e i conversi

Enrico IV di Castiglia. Fuente.

Bibliografía|

BENITO RUANO, ELOY, Los Orígenes del Problema Converso, Barcelona: Ediciones Albir, 1976.

KAMEN, HENRY, La inquisición, una revision histórica, Barcelona: Crítica, 2001.

PASTORE, STEFANIA, Il Vangelo e la Spada. L’Inquisizione di Castiglia e i suoi critici (1460-1598), Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 2003.

PEREZ, JOSEPH, Breve Historia de la Inquisición en España, Barcelona: Crítica, 2012.

PEREZ, JOSEPH, Los Judíos en España, Madrid: Marcial Pons Ediciones de Historia, 2005.

Redactor: Nancy Aiello

Licenciada en Filología Moderna y Historia por la Universidad de Chieti (Italia). Mi trabajo se centra principalmente en la Historia Medieval y Moderna con mayor atención en el tema de la intolerancia religiosa.

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